In un tempo in cui la libertà di espressione viene spesso confusa con il diritto di urlare più forte degli altri, Chiara Francini ha scelto una strada diversa. Quella più difficile: presentarsi davanti a una platea politicamente distante dalla propria storia, dichiarare apertamente le proprie convinzioni e difendere il diritto di parlare senza chiedere prima il permesso alla propria parte. L’attrice, invitata dal ministro Matteo Salvini a tenere un intervento sulla libertà di espressione all’evento NexUs, non ha nascosto le differenze, non ha attenuato le proprie posizioni e non ha finto che le distanze politiche non esistessero. Al contrario, ha cominciato proprio da lì.
“Mi è stato chiesto dal ministro Salvini un intervento sulla libertà di espressione e la cosa mi ha colpito anche per l’esotismo politico. Mi ha colpito perché il mio credo si fonda su ciò che ho respirato fin da bambina e gli ideali che mi hanno sfamato sono quelli di una sinistra pura, con la schiena dritta”. L’attrice ha ricordato il proprio legame con una sinistra fondata sull’antifascismo, sull’uguaglianza, sulla giustizia sociale, sulla dignità del lavoro e sulla tutela dei diritti. Ideali che, come lei stessa ha sottolineato, non coincidono con quelli della Lega. Ma è proprio questa distanza a dare forza all’intervento: “Questi sono i miei ideali e so che molti non coincidono con quelli della Lega e io non sono qui per dire che in fondo siamo tutti uguali. Non siamo tutti uguali. E proprio per questo, ben sapendolo, il ministro Salvini mi ha chiesto un intervento sulla libertà di espressione”.
Il punto non è stabilire se la Francini abbia ragione o torto. E non è neppure decidere se abbia fatto bene o male ad accettare quell’invito. Il cuore del discorso è un altro: la libertà di espressione ha davvero valore soltanto quando viene esercitata fuori dai luoghi nei quali sappiamo già di essere approvati. Parlare davanti a chi la pensa come noi è facile. Ricevere applausi da chi condivide le nostre idee è rassicurante. Molto più complesso è attraversare la distanza, accettare il rischio del fraintendimento e sottrarsi alla logica secondo cui partecipare a un evento significhi automaticamente aderire alle idee di chi lo organizza: “La libertà di espressione quando è vera non chiede somiglianza prima di concedere ascolto. Non cancella la distanza, la attraversa.”
È forse questo uno dei passaggi più importanti dell’intervento. In una società sempre più divisa in appartenenze rigide, ogni parola sembra dover essere immediatamente classificata. O si è a favore o si è contro. O si appartiene a una parte oppure all’altra. Se si accetta un invito, si viene automaticamente arruolati. Se si parla con qualcuno, si finisce per essere identificati con quel qualcuno: “Viviamo in un’epoca in cui la vera forma di fascismo è la semplificazione autoritaria del pensiero. Le parole devono essere arruolate a un pro o un contro. Parli davanti a qualcuno? Appartieni a quel qualcuno. Accetti un invito? Allora ti sei consegnata”. La Francini rifiuta questa semplificazione. E rivendica il diritto di entrare in un luogo senza consegnargli la propria coscienza: “La libertà di espressione comincia dove finisce l’approvazione”. Una frase che dovrebbe far riflettere tutti, indipendentemente dalle simpatie politiche. Perché troppo spesso difendiamo la libertà soltanto quando protegge parole che condividiamo. Quando invece a parlare è qualcuno che non ci piace, la libertà diventa improvvisamente meno urgente, meno importante, quasi fastidiosa.
Eppure, la prova autentica di una società democratica non consiste nel permettere agli amici di parlare. Consiste nel riconoscere lo stesso diritto agli avversari, senza confondere la critica a un’idea con la cancellazione della persona che la sostiene. Questo non significa che ogni parola sia innocente o che la libertà possa diventare una giustificazione per qualsiasi provocazione. La Francini lo dice con chiarezza: “La libertà di espressione non è il diritto di vomitare la prima cosa che ti passa per la bocca, la libertà di espressione è il diritto e il dovere di dire ciò che si ritiene vero e sapere che quella verità avrà delle conseguenze”. Libertà, dunque, non è assenza di responsabilità. È esattamente il contrario. Significa scegliere le parole, assumersene il peso e accettare che possano essere contestate. Significa avere il coraggio di parlare, ma anche la disponibilità ad ascoltare.
Nel suo intervento, l’attrice mette in guardia anche da una censura più sottile, che non si presenta attraverso un divieto esplicito, ma attraverso il richiamo all’opportunità, alla reputazione e alla paura di “contaminarsi”: “La censura non si presenta mai dicendo: ‘Io ti censuro’. No, è più furba. Ti dice: ‘Non è opportuno’, ‘non dare legittimità’, ‘non contaminarti’. Ecco la parola: contaminazione. Come se il pensiero fosse una malattia”.bÈ una censura che spesso nasce dentro gli stessi gruppi di appartenenza. Non sempre arriva dal potere istituzionale. A volte arriva dai “nostri”, rimarca l’interprete toscana, da coloro che pretendono obbedienza in cambio dell’accettazione: “Io diffido dei ‘nostri’ quando diventano recinto. Io diffido di ogni appartenenza che significhi obbedienza. Io diffido di chi mi chiede di rinunciare a un gesto libero in nome di una purezza collettiva.” La libertà di espressione diventa allora anche libertà dal proprio schieramento. La possibilità di non essere completamente prevedibili, di non ripetere parole decise da altri e di non trasformare la coscienza personale in una disciplina di partito: “La coscienza non ha capigruppo e la libertà di espressione è esattamente questo: il punto in cui la coscienza resta sola e decide se parlare o no.”
La politica, invece, è stata ridotta troppo spesso a una scelta binaria, a una contrapposizione permanente nella quale non esistono dubbi, sfumature o domande. Ma una democrazia senza complessità rischia di diventare soltanto una gara tra tifoserie: “Abbiamo reso la politica è una miseria binaria. O con me o contro di me, dentro o fuori, o nero o rosso. La vita è un fatto complesso e chi non sopporta la complessità, prima o poi troverà un padrone che gliela semplifichi”.
Da qui nasce anche la difesa della libertà di stampa. Perché il potere, qualunque esso sia, deve poter essere osservato, raccontato e criticato: “Perché senza la libertà di stampa il potere diventa autobiografia. Si assolve, pretende l'inchino”. Non soltanto il potere dei governi e dei partiti, ma anche quello economico, mediatico e tecnologico. Persino le cause considerate giuste devono continuare a interrogarsi, perché nessuno dovrebbe sentirsi dispensato dal dubbio: “E niente è più pericoloso di una causa giusta che si crede esonerata dal dubbio. Perché il dubbio non è debolezza, è manutenzione della libertà”.
Nella parte finale del suo intervento, la Francini richiama le grandi parole ereditate dalla Resistenza: libertà, patria, giustizia. Parole che non dovrebbero diventare proprietà esclusiva di uno schieramento, né essere utilizzate come armi contro l’avversario: “Le parole grandi non appartengono ad una parte. Le parole grandi giudicano tutte le parti”. Ed è probabilmente questo il significato più profondo dell’intervento. Le parole fondamentali di una democrazia non possono essere privatizzate. La libertà non è di destra o di sinistra. I diritti non appartengono a un partito. La giustizia non può valere soltanto per chi consideriamo vicino.
Significativo il riferimento a due simboli partigiani, alle parole scritte da Franco Balbis e Paolo Braccini, fucilati il 5 aprile del 1944 (‘Cara mamma, quando questa mia ti giungerà io non sarò più. Sei stata per me la più cara delle madri. Muoio nella fede in Dio e nell'amore per la patria’. E ancora: ‘Mia mamma adorata, prego Dio che ti dia forza. Lascio il mondo con la pace nel cuore e con l'amore per la nostra Italia’. Sono parole scritte da Franco Balbis e Paolo Braccini, fucilati il 5 aprile del 1944’): “Erano ragazzi, erano italiani, erano partigiani. E allora si capisce che parole come Dio, patria e famiglia non servono a dividere, non appartengono ad una parte, appartengono alla vita”.
La libertà è credibile quando viene riconosciuta anche agli altri. Soprattutto quando è scomoda. “Oggi la libertà di espressione la si invoca quando serve a se stessi, ma la prova è amarla quando non ci conviene. Lì si vede se siamo democratici, perché la nostra libertà non basta da sola, ci vuole quella degli altri”, evidenzia ancora l’attrice.
Si può condividere ogni passaggio del discorso di Chiara Francini, oppure contestarlo. Ma sarebbe un errore ridurre anche questo intervento all’ennesimo scontro tra fazioni. Il suo valore sta proprio nel tentativo di uscire dal recinto. In un tempo in cui la libertà di espressione viene spesso confusa con il rumore o con la provocazione, questo discorso ricorda che la libertà vera è anche responsabilità, coraggio e capacità di pensare con la propria testa.
Difendere il diritto di esprimere idee senza paura non significa condividerle. Significa riconoscere che una società nella quale si può parlare, discutere e contraddirsi senza cercare di cancellarsi è una società ancora viva. “Dico che la libertà non è stare al sicuro. La libertà è non diventare schiavi del consenso né martiri del dissenso, è avere il coraggio difficilissimo di non appartenere completamente”.
Un intervento che invita a riflettere, non a schierarsi per forza. Ed è proprio questo il suo valore. Perché la democrazia non consiste nel riempire stanze diverse con persone che ripetono le stesse parole: “E allora, se c'è un senso all'invito che mi ha fatto il ministro Salvini, la mia scelta di accoglierlo è questo. La parola non ha paura dei luoghi in cui entra, ha paura dei luoghi che evita. E se siamo qui a discutere, a contraddirci, è perché prima di noi qualcuno ha avuto il coraggio di non spostarsi di un millimetro. Non per stare fermo, ma per farci andare avanti. E allora almeno oggi proviamo a essere all'altezza di chi ci ha reso liberi, perché liberati”.

