Il Mondiale a 48 squadre è entrato nella fase a eliminazione diretta, e già si vede il trucco: tanta passerella, livello basso. Settantadue partite di girone per mandare a casa appena sedici squadre. Più che una Coppa del Mondo, una riunione di condominio con pallone, VAR e inni nazionali. La Fifa vende inclusione, il campo restituisce delusione.
Marcelo Bielsa è l'idolo perfetto del bar sport con podcast e tanta, troppa autostima: Cassano, Adani e compagnia lo venerano come un profeta del pallone. Poi arriva il Mondiale e l'Uruguay esce dal girone senza vincere una partita. Pressing, poesia, mistica del Loco: tutto bellissimo, finché il campo presenta il conto. L'allenatore più sopravvalutato della storia. Vangelo e Papa dicono, ma senza miracoli. Bluff totale.
La storia della Germani Brescia racconta tutto ciò che nello sport moderno non dovrebbe esistere: una squadra che appartiene a una città, a un palazzetto, a una curva, e poi un titolo sportivo che viene spostato come fosse una licenza commerciale. I tifosi restano, la maglia resta nel cuore, ma la Serie A prende un'altra strada verso Roma. È il trionfo della burocrazia sull'appartenenza, del codice fiscale sulla passione. Il franchising della pallacanestro non nasce oggi ma è davvero orripilante.

