In effetti mi stavo chiedendo perché da circa un anno le richieste di mia figlia fossero tutte di prodotti cinesi, e non solo i Labubu, ma anche squishy di cui devo seguire il tracking e ci mettono un mese per arrivare, per cui mi chiede “dove sono?”, e io guardo le tappe del pacco, prima di arrivare all’aeroporto ci sono venti tappe di paesini. La mia compagna “non saranno mica tossiche?”. “No, saranno certificati”, dico, ma mica lo so. Ma dove le vedono? Prevalentemente su TikTok.
Solo oggi scopro che è una tendenza occidentale che va per la maggiore, e ha pure un nome, un meme, “becoming Chinese”. Sui social spopolano video di adolescenti e ventenni che dichiarano di essere in una fase “very Chinese” della loro vita o di stare “Chinamaxxing”, bevendo acqua calda con bacche di goji bollite, mangiando ravioli, noodles, dolci come i mochi, indossando le ciabatte in casa, e poi tutti i gadget di cui sopra. Quando è iniziato questo trend cinese sui social? Lentamente, tuttavia ha avuto un’accelerazione da Sherry Zhu, ventitreenne che solo a dicembre con un video ha fatto un milione di visualizzazioni dicendo che se ti piacciono le cose cinesi sei cinese.
C’è anche una dietrologia del soft power della Cina e neppure tanto dietro, (non dimentichiamoci che la Cina ha un surplus commerciale record di 1,2 trilioni di dollari sul resto del mondo) visto che Xie Feng, l’ambasciatore cinese degli Stati Uniti, ha nominato pubblicamente il trend per promuovere la nuova politica di transito senza visto e invitare più americani possibili a vedere “una Cina reale, dinamica e panoramica”, e cresce il numero di ragazzi che vogliono andare a visitare la Cina, o a vivere in Cina, come se fosse il Paese dei Balocchi, anche i balocchi lì li producono per venderli a noi.
Un’accademica, Shaoyu Yuan, della NYU School of Professional Studies, sostiene che la Cina starebbe guadagnando soft power perché la cultura cinese e “Chineseness” stanno diventando “familiar, repeatable, and globally consumable in everyday life”. Come no, sebbene stiamo parlando di un adattamento occidentale di un’idea di cultura cinese, un po’ come quelli che vanno a fare il viaggio in India, tornano cambiati, si fanno l’arredamento indiano, e però guai a togliergli il wi-fi. In fondo la forza dell’Occidente è questa: ingloba qualsiasi cultura, o quantomeno la sua superficie, come moda.
Va da sé che la vera Cina non viene mai fuori, nessuno si interroga sul perché sia tutto made in China, per cui “becoming Chinese” sì, restando qui. Senza pensare al perché venga tutto dalla Cina, un paese a partito unico, con censura, controllo, repressione, e sfruttamento, e d’altra parte “becoming Chinese” per finta, mica siamo davvero cinesi, e mica dobbiamo farci venire i sensi di colpa. Casomai è una questione geopolitica, io devo rispondere a mia figlia che mi chiede “dove si trova il mio squishy?”. Controllo il tracking. “A Chuansha”. “E dov’è?”. “E che ne so, ancora in Cina comunque”.

