Venezuela choc: 65mila dispersi. "Poco tempo per salvare vite"

Scritto il 29/06/2026
da Paolo Manzo

Aumentano le persone che non rispondono all'appello, assalto agli ospedali per aver informazioni. Sos delle agenzie umanitarie

Davanti all'ospedale principale di La Guaira centinaia di persone premono contro le transenne tra urla strazianti. Madri con i capelli spettinati sventolano foto sbiadite dei figli - «mia figlia! Dimmi se è viva!» - mentre padri in ginocchio implorano le infermiere. Da quattro giorni, dal doppio sisma del 24 giugno, migliaia di famiglie non hanno più notizie dei propri cari.

I due terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5 hanno trasformato la città caraibica e balneare di La Guaira 40mila abitanti, raddoppiati quel giorno per un festivo e interi quartieri di Caracas in un paesaggio apocalittico. Palazzi costruiti senza norme antisismiche, alcune case popolari del regime persino con polistirolo ricoperto di cemento, sono crollati su se stessi. L'odore di polvere, morte e decomposizione aleggia ovunque e il bilancio delle vittime cresce di ora in ora: gli ultimi dati ufficiali parlano di 1.450 morti e 3.150 feriti gravi, ma sono cifre provvisorie che contrastano con lo scenario da guerra, con centinaia di edifici rasi al suolo e già 65mila desaparecidos.

Negli ospedali il collasso è totale. I parenti assaltano i pronto soccorso e i reparti, spalancando le porte con la forza. «Non abbiamo più posto, non abbiamo più bende né analgesici», ripete un medico stremato dopo 72 ore di lavoro. Molti feriti vengono curati all'aperto, i corpi senza vita si allineano lungo i muri perché le morgue sono sature: ieri quella di Bello Monte, a Caracas, ospitava oltre 500 cadaveri, molti dei quali irriconoscibili. Tra i desaparecidos c'è anche una famiglia originaria di Laviano, in provincia di Salerno: Enzo Cuomo, 63 anni, la moglie Trini Adrian, 53 anni, e la figlia Isabella, 22 anni, risultano dispersi dopo il crollo dell'edificio Petunia, nel quartiere di Los Palos Grandes, a Caracas, dove vivevano.

Le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite hanno lanciato ieri un Sos: «Abbiamo poco tempo per salvare vite». La finestra delle 72 ore è ormai superata, eppure accadono ancora miracoli: una donna di 60 anni, Belkys Josefina Barreto García, è stata estratta viva dopo 86 ore ieri dai soccorritori salvadoregni e peruviani mentre nelle ultime 24 ore sono state salvate altre 33 persone grazie aai team internazionali arrivati da 40 Paesi, Italia compresa.

Il Venezuela non era pronto, distrutto da anni di gestione fallimentare, con ospedali privi di medicine. Basti pensare che sinora il 75% dei sopravvissuti è stato estratto dalle macerie dalla popolazione, a mani nude, con picconi e le torce dei cellulari, perché lo Stato non c'era. La Guaira, già distrutta nel 1999, era stata «ricostruita» dal chavismo con propaganda, corruzione e cemento marcio ma dopo 27 anni palazzi che avrebbero dovuto proteggere vite si sono trasformati in tombe.

Intanto cresce la frustrazione contro il governo di Delcy Rodríguez, presidente ad interim da gennaio dopo l'uscita di scena di Maduro, di cui era vicepresidente. Nel campo da golf di Caraballeda un tempo simbolo di opulenza centinaia di persone dormono all'addiaccio.

In questo inferno il popolo venezuelano sta mostrando una solidarietà straordinaria: «el pueblo salva al pueblo» è lo slogan che va per la maggiore. I volontari si abbracciano e le automobili private si trasformano in ambulanze perché al momento del sisma a Caracas erano operative solo tre ambulanze statali. Ma la solidarietà, popolare e internazionale, non può sostituire uno Stato assente, quando non repressore. E mentre si scava resta una sola certezza: questa tragedia, oltre che sismica, è politica e ha solo tolto l'ultima maschera a un regime che aveva già fatto crollare tutto. Ospedali, infrastrutture e dignità.